ADDESTRIAMO CANI, ANCHE IN MUTANDE SE NECESSARIO – di Finaldi Salvatore

Ricordo, con sincera allegria, un episodio vissuto da protagonista in uno dei vari campi di addestramento napoletani.
Lavoravo la condotta sportiva con un cliente, il cucciolo giá aveva una ventina di passi di condotta senza stimolo e adescamento, e nel complesso sembrava rispondere decisamente bene al lavoro. Quel giorno inesorabilmente sbagliava, era impreciso, saltellava in condotta, ma all’impressione generale sembrava realmente come se non avesse mai fatto quell’esercizio. Era assurdo! La stessa “rimessa al piede” era totalmente scorretta, culo sparato verso l’esterno, troppo avanti, un vero disastro che, per forza di cose, influenzava anche la condotta.
Il cliente era molto deluso dal tutto, io un po’ meno perchè, conoscendo le dinamiche di apprendimento, ero certo che qualcosa ci stava sfuggendo e che quindi bastava trovare quel “qualcosa” per ripristinare, senza tanti danni, la situazione quo ante… Ma non la trovavo!
Poi l’illuminazione: “Togliti i pantaloni”, a distanza urlai al proprietario queste parole. Ovviamente la risposta fu laconica ma prevedibile: “Cosa?”.
Ma per sua sfortuna aveva capito benissimo, volevo che lavorasse senza calzoni. Onestamente, ci misi poco a convincerlo e così dopo un attimo mi trovavo in campo, con il cliente in mutande, i passanti un po’ disturbati dalla visione e il cane, con una prima espressione del tipo “ma che è sto schifo?!”,  si rimise al piede (correttamente). Un po’ come se fosse stato resettato, si mise in opera per una condotta che, questa volta, diveniva egregia.
Era quel maledetto pantalone, che calzava in maniera strana! Precisamente il rigonfiamento che aveva dal ginocchio in giù dava una visione distorta agli occhi del cane. Difficile spiegarlo con le parole, ma quel pantalone dava al cane l’impressione che il conduttore avesse il suo asse tutto spostato verso destra, anche quando era perfettamente dritto con i piedi. Questo creava una quantitá di problemi, in fatto di riferimento, al cane che, essendo tra l’altro molto giovane, aveva ovviamente anche poca esperienza.
L’episodio, oltre a confermarmi che i cani fanno dei collegamenti mentali paurosi, mi diede modo di apprezzare come anche l’abbigliamento gioca la sua parte. Questo è un episodio molto simpatico da raccontare e ricordare, ma ce ne sono veramente altri 1000 che potrei far riaffiorare. A uno stage, per esempio, ricordo un border collie rispondere con insolita lentezza al richiamo e, solo successivamente, il relatore comprese che il problema risiedeva nel fatto che il conduttore era molto infreddolito, tendeva a avere una postura molto chiusa delle spalle e un’espressione facciale molto simile a un ghigno di chi è arrabbiato. Questo confondeva il cane, soggetto che evidentemente non era fortissimo e che in quel caso dimostrava avere già di suo un po’ di eccessivo timore del proprietario, ma in ogni modo l’abbigliamento non adatto a quella temperatura creava dei problemi, se pur indirettamente, al cane.
Ancora, quanti di voi addestratori hanno visto il cliente premiare in maniera errata il cane? E quante volte ció è accaduto perchè il cliente si “incarta” nel prendere il gioco o il cibo da una tasca del jeans troppo stretta, o perché nel tanto il premio è caduto dalla tasca posteriore senza che nemmeno ce ne siamo accorti? Per non parlare dei click del “clicker” che partono involontariamente a ogni movimento del proprietario, che magari lo custodisce nell’unica tasca comoda del suo vestiario insieme al gioco, cibo, elastico per capelli, chiavi delle auto, chiavi di casa, guinzaglio collare e tutto il resto stile borsone di Marry Poppins!
Un buon addestratore deve curare l’abbigliamento. Deve avere indumenti tecnici che gli permettano di muoversi con scioltezza e che dispongano di tasconi comodi. Gli indumenti non devono costringerci a posture innaturali e, più nel complesso, devono agevolare i nostri movimenti senza che facciano da ostacolo.
Ovvio che, quando abbiamo una grande esperienza e anche il nostro cane conosce perfettamente il suo lavoro, possiamo sia nell’addestramento sia nell’abbigliamento avere meno attenzioni e essere meno “ansiosi”, ma fin quando non arriviamo a questo livello bisogna curare i particolari, anche nell’abbigliamento. L’abito non farà di certo l’addestratore, ma può agevolare a diventarlo.

TRASPORTINO, PROVIAMO A NON ROVINARE IL RAPPORTO – di Finaldi Salvatore

 

Ho sempre amato la letteratura e la saggistica, ma oltre i libri cinofili quelli che più attiravano la mia attenzione erano i libri di sociologia; ho mostrato fin da giovanissimo un’attrazione per gli studiosi che ponevano in essere esperimenti sociali per poi analizzarli ed arrivare, infine, a un risultato. Mi rendo conto, ora che ho abbastanza capelli bianchi, che quei libri plasmavano la mia forma mentis ed effettivamente sovente, anche senza razionalizzarlo, mi trovo a fare degli esperimenti sociologici per trarne mie conclusioni.

Mi è capitato di fare qualcosa di simile anche “vittimizzando” mia sorella!

Bene, dopo aver pranzato a casa sua, e dopo che le mie nipoti mi privarono letteralmente di qualsiasi energia, crollai sul divano a braccia aperte facendo zapping sul cellulare, con la vana speranza che quel movimento isterico delle dita sullo screen potesse aiutare la digestione. Il mio apparato digerente continuò inesorabilmente a essere lento, ma nel tanto balzò ai miei occhi una foto di almeno 5 anni prima che ritraeva le mie nipoti giocare nei box per bimbi, quelli alti con la rete per intenderci. Mostrai la foto a mia sorella, la madre delle piccole, e intenerita disse qualcosa del tipo “come erano piccole” apostrofandole con qualche vezzeggiativo. Da quelle foto scattò in me il piccolo sociologo incompreso.

Con una scusa, poco dopo, chiesi a mia sorella di accompagnarmi all’auto per recuperare alcune cose dal bagagliaio. Arrivati alla mia auto, aprii il portellone dell’auto e a pancia in su, mezza intontita e assonnata, la mia cagna ci guardava dal basso del kennel con un’espressione che sembrava dire “era necessario fare entrare tutta questa luce, non vedete che sto dormendo cribbio!”. Mia sorella, prima fece un salto indietro, in quanto non si aspettava di trovare una bestiola nella mia auto, e poi disse qualcosa del tipo “ma non soffre lì dentro? Mi fa una pena”. Sorrisi, e in due parole cercai di farle capire il mio pensiero.

Non le chiesi nulla, ma  avrei voluto conoscere da lei quali fossero le motivazioni per le quali scindeva empaticamente due situazioni che sostanzialmente erano uguali: cane in kennel e bimbe nel box.

Nella sostanza i due strumenti non hanno assolutamente nulla di diverso ma, nella forma, un cane in kennel suscita emozioni differenti e sempre negative rispetto alla visione di due gemelline che giocano in un box per bimbi.

Questo aspetto è il più grande problema che impedisce, a gran parte dei proprietari, di utilizzare questo strumento che noi Dell’Agoghè riteniamo fondamentale, probabilmente anche più del guinzaglio e del collare.

Dopo questa premessa è necessario spiegare quale possa essere la tesi che dovrebbe convincerci che l’utilizzo di questo strumento è essenziale, per la sicurezza, per l’equilibrio mentale del cane e, ancora una volta, PER IL RAPPORTO.

 

1) SICUREZZA

Analizzerei molto rapidamente il discorso, in quanto la questione già di per sè è intuitiva. Avere un cane in auto senza protezione, significa trasformarlo in un proiettile che spara fuori dall’abitacolo in caso di incidente autostradale, lasciare un cucciolo di pochi mesi in casa libero per ore e ore significa rischiare che possa rosicchiare mobili, ingoiare calzini e, peggio, mordicchiare fili elettrici (per non parlare del rischio, per voi, se il vostro cucciolo mangia la scarpa col tacco preferita di vostra moglie! O se nasconde le pantofole di vostro marito!).

Passiamo ora al secondo aspetto:

2) L’EQUILIBRIO MENTALE

Non tutti i cani sono uguali. Per morfologia, carattere, temperamento e via dicendo. A volte anche nelle stesse cucciolate abbiamo caratteri totalmente differenti, anche tra noi umani è cosi. Se analizzo la mia famiglia, vedo due sorelle belle, eleganti e raffinate, con un carattere dolce e affabile e poi…ci sono io (sic!). Stessi genitori, ma tre figli molto diversi.

Queste distinzioni, nei cani, portano a soggetti che reagiscono a determinati stressori in maniera differente. Ad un rumore forte c’è il cane che scappa, il cane che si rifugia sotto i piedi dei proprietari, cani che, curiosi, vanno a ispezionare e altri ancora che vanno verso il rumore con fare aggressivo, ma ne potremmo elencare ancora.

Senza analizzare tali comportamenti, quello che deve interessarci è che in alcuni casi è necessario tutelare il nostro cane in presenza di segnali che, se letti a dovere, fanno intuire che il cane è in forte difficoltà. Senza sforzarci con la fantasia, andiamo a un’expo canina e vedrete che ci sono svariati cani che preferiscono rintanarsi in kennel invece che stare a “piede libero” e doversi confrontare, nei corridoi, nei ring, nel parcheggio, con i propri simili e, più in generale, con una quantità di stimoli (visivi, uditivi e olfattivi) troppo stressanti. In questo caso il kennel è vera magia tanto che, parafrasando qualche mio collega, potremmo dire che non chiudiamo il cane in kennel ma chiudiamo il mondo fuori dal cane. In questa maniera tuteliamo nella maniera più semplice possibile la tranquillità mentale del nostro cane. Qualcuno, andando in scia dell’esempio, potrebbe obiettare che non frequentano i circuiti espositivi ma a quel punto potrei fare altri duemila esempi, uno su tutti il caso in cui suonano alla porta e il nostro cane inizia a abbaiare, piangere, e fare altre mille cose. Comportamenti simili, molto spesso, sono solo espressione di una cattiva gestione del cane, problemi di rapporto e tante altre cose, ma altre volte è solamente espressione di un disagio, il cane in quelle occasioni non sa come gestire l’entrata di persone in casa e mostra tutti quegli atteggiamenti che spesso vengono liquidati con un “è felice di vedervi”, “vuole fare il capobranco”. Queste problematiche non vogliamo risolverle con il kennel, anzi sarebbe sbagliato, bisogna infatti aiutare il cane con il lavoro, alias addestramento, ma il trasportino può proprio venirci in soccorso nella fase iniziale di questo lavoro. Ci può, infatti, aiutare a isolarlo nella fase iniziale dell’addestramento quando il protocollo addestrativo applicato è ancora in fase di “messa a punto” e ancora non ci permette di raccogliere i primi frutti. Qui il kennel è manna caduta dal cielo, perché permette di “prendere tempo” e evitare che nelle more dei primi effetti positivi dell’addestramento il cane continui a peggiorare fino a entrare, nei casi più gravi, in circoli viziosi di cui non si esce più, o quasi più.

 

Arriviamo alla terza motivazione:

3) IL RAPPORTO

Eh già, qui avrei bisogno di scrivere un manuale, ma nel tanto credo che già il 70% dei lettori si sia addormentato al primo punto: quindi devo spicciarmi!

Chi di voi lettori, in questo momento, ha un cucciolo per casa? Quanti di noi ricordano i disastri e le bombe atomiche esplose in casa quando il nostro cane era cucciolo? Tra miei cani e quelli dei clienti potrei fare un libro intitolato “io speriamo che me la cavo”, in versione cinofila, dove riempirei di parole fogli su fogli di marachelle più svariate dei nostri cuccioli. A volte stare dietro un cucciolo è veramente difficile, soprattutto per alcune razze particolarmente attive come un Border o un Malinois, o per razze molto primitive come Clc o Malamutes, che hanno la capacità di capire velocemente come aprire le porte, rompere il pacco di crocche e/o come accendere le sigarette e come fumare. Anche in questo caso bisogna educare il cane, bisogna aspettare che cresca un po’ e i problemi andranno a attenuarsi ma che fare durante la fase di formazione? Passa troppo tempo, e ancora una volta il kennel ci viene in soccorso. Attenzione, non sto ripetendo le argomentazioni sulla sicurezza ma sto provando a introdurvi un’informazione più sottile.

Sono di quegli addestratori che dicono che nei primi tre/sei mesi dall’arrivo a casa del cucciolo, bisogna vivere letteralmente in funzione del cane, educarlo come si deve e spendere ogni secondo libero della nostra vita per loro. Se questo percorso è stato fatto secondo i sacri crismi, il rapporto con il vostro cane vivrà quasi di rendita nel senso che poi basteranno ancora qualche piccolo “make-up” nell’educazione che date al vostro cane per rendere il rapporto con lui eccezionale e per avere la possibilità di vivere qualsiasi momento della vostra vita con lui senza avere problemi di sorta (al bar, in spiaggia, in viaggi lunghi ecc ecc). Per fare questo, bisogna lavorare nella prima fase in “apertura”, questo significa che bisogna ridurre al minimo le possibilità di conflitto nella fase iniziale della costruzione del vostro rapporto. Tradotto in pratica, ma ai soli fini di questo articolo, bisogna stargli dietro, giocarci, occuparsi della sua salute, insegnargli a comunicare con voi e a leggere la vostra comunicazione, farlo esprimere e evitare SOPRATTUTTO di chiedergli sempre obbedienza. Alzate il dito, quanti di voi hanno incontrato per strada il classico proprietario che chiama il cane, gli chiede dodicimila volte il comando seduto per poi rimpinzarlo di qualche biscotto ipercalorico? E su ditemi, il biscotto è o non è seguito dalla fastidiosissima pacca sulla testa a titolo di “bravo”? State ridendo, lo so. Questi lavori e altri similari sono pesanti per il cucciolo, sono noiosi, ammazzano ogni stimolo di iniziativa e soprattutto iniziano a creare una piccola crepa nel vostro rapporto infatti, nella migliore delle ipotesi, il cane inizierà a evitarvi: perché siete pesanti come il piombo.

Lo stesso effetto lo produciamo quando siamo in casa e continuiamo a dire NO al nostro cane. “Bobby non toccare”, “Bobby non mordere”, “Bobby non prendere la scarpa”, “Bobby lascia la gamba del postino”, “Bobby ti ho detto di scendere dal lampadario”. Cosa dobbiamo fare? Permettergli tutto questo? Assolutamente no, ai “no, ferma e basta” necessari bisogna però poi ridurre al minimo la possibilità di inibirlo ulteriormente e questo si fa proprio grazie al kennel. Da un lato dobbiamo dargli un’alternativa a quello che sta facendo: quando lo vediamo in procinto di porre in essere tutto il repertorio di giochi, possiamo preventivamente offrirgli un gioco in pelo o una pallina, di tanto in tanto possiamo proporgli qualche esercizio di obbedienza premiandolo con il gioco invece del solito asettico cibo, e poi quando materialmente non riuscite a stargli dietro perché siete molto impegnati lavorando al pc, o perché siete a telefono o preparando qualcosa di complesso in cucina, prendete il vostro cucciolo e lasciatelo riposare nel kennel. Perchè proprio in queste fase di forte distrazione del proprietario che vengono “elargiti” una quantità di comandi “inibitori” senza senso e mentalmente sfiancanti. A questo punto, è facile intuire perché affermo che il kennel salva il rapporto: non rovinate il rapporto con quella serie di NO dei quali, in alcuni casi, il cane non capisce né la motivazione né l’oggetto, il comportamento cioè che non deve ripetere. Immaginate un vostro figlio che è super nelle discipline sportive, bravissimo a scuola e super in famiglia, immaginate proprio un figlio modello. Lo state immaginando? Bene, cosa succederebbe se nonostante fosse perfetto in tutto voi lo pressaste chiedendogli di non mettere i piedi sulla sedia quando studia, di non poter uscire la sera con gli amici o di non poter saltare un giorno la scuola perché magari non si sente preparatissimo per un’interrogazione? Dopo un po’ create una rottura importante con vostro figlio, che in casa cercherà di evitarvi per ridurre la possibilità di essere sottoposto a continue richieste, inizierà a mentirvi dicendovi che è da un amico a studiare quando in realtà è al parco a giocare a calcio con gli amici e così via. La troppa pressione, la mancanza di spazi dove il cucciolo può divertirsi e in alcuni casi “sfrenarsi” è paragonabile all’esempio appena descritto sopra per un vostro ipotetico figlio.

Quindi, usate il Kennel!

Concludo infine, rispondendo alle classica domanda che mi pongono i clienti di campo e del negozio: “Meglio kennel in ferro, in plastica o in tessuto?” Escludo a priori l’utilizzo di quest’ultimo soprattutto se utilizzato in auto, in quanto la funzione sicurezza è molto trascurata.

Propenderei per quelli in ferro o in plastica, ma tra i due preferisco il primo in quanto danno più spazio visivo al cane e a noi per il controllo, sono pieghevoli e quindi meno ingombranti quando non sono utilizzati e in più costano, in proporzione alle misure, di meno.

Vi state chiedendo quando arriva il punto in cui parlo di come far sì che il vostro cane si lanci dentro al kennel pazzo di gioia? Per oggi direi che ho già intrattenuto a sufficienza quanti di voi sono arrivati a leggermi fin qui… alla prossima puntata!

LUNGHINA, RICHIAMO E PROSSEMICA – di Salvatore Finaldi

 

Non essendo questa la sede per parlare dei vari regolamenti comunali sull’uso della lunghina che spesso pongono dei limiti normativi al suo utilizzo, cercheremo di sviluppare un discorso ristretto al focus primario d’interesse di questo blog, limitandoci all’ambito prettamente cinotecnico.

Iniziamo col dire che per lunghina, intendiamo un guinzaglio di lunghezza superiore al metro e mezzo (o anche due, se vogliamo) fino ad arrivare in alcuni casi a 30 metri.

A cosa serve un guinzaglio così lungo? Le finalità d’uso possono essere molteplici: insegnare il richiamo ai cani non particolarmente reattivi al comando; evitare che i cani con spiccata predazione scappino dietro alla scia di qualche “rimbalzante” leprotto; dare un po’ di spazio a cani particolarmente aggressivi ai quali si vuole concedere una passeggiata più “libera” senza rinunciare a un controllo strumentale che possa, appunto, “frenare” il cane in caso di necessità; infine, l’utilizzo della lunghina è previsto in alcune gare sportive di ricerca di oggetti o di persone.

In molto di questi casi, condivido l’utilizzo della lunghina, anche se mi trovo più restio, onestamente, a utilizzarlo come strumento per insegnare il richiamo. Non perché sia scorretto o coercitivo, ma semplicemente perché preferisco altre metodologie, che pongono l’accento su un lavoro di addestramento atto a potenziare e a elevare il rapporto cane-proprietario, facendo diventare il richiamo più un fatto sociale che un comando di obbedienza.

Paradossalmente, trovo lo strumento di particolare utilità proprio con i cani molto obbedienti (sic!). Esatto, le mie metodologie prevedono la lunghina proprio con quei cani che, in teoria, potremmo lasciare scorazzare indisturbati.

Mi spiego meglio: ci sono cani veramente molto veloci – e non mi riferisco solo alla meccanica del movimento, ma proprio ai tempi di reazione tra stimolo e azione -, cani che tornerebbero al richiamo del proprietario anche in pieno corteggiamento con un cane di sesso opposto ma la cui velocità li spinge, in pochi secondi, a centinaia di metri dal proprietario, solo facendo uno scatto per giocare o per inseguire un oggetto in movimento che li ha particolarmente incuriositi. Per questi cani, effettivamente, l’utilizzo della lunghina è necessario proprio per evitare che si possano far male (andando sotto un’auto, per esempio) o possano involontariamente far male ad altri (un’auto potrebbe finire fuori strada proprio per scansare il nostro cane). Detta così, la questione sembra trattata superficialmente, ragion per cui è bene andare più nel dettaglio della stessa attraverso l’analisi di un aspetto peculiare: la prossemica.

Esiste una categoria di cani con una bolla prossemica molta ampia dal loro fulcro, per i quali il concetto di “vicino al proprietario” è decisamente a maglie larghe. Per essere più chiari, è necessario addentrarci in un piccolo esperimento: proviamo a prendere in esame due cani che per addestramento abbiamo reso molto obbedienti ma che appartengono a razze molto differenti, un Alano e un Border Collie. Proviamo a liberarli in una distesa di verde e noteremo, nella gran parte dei casi, che l’Alano farà una corsa di felicità di 10/15 metri in avanti, per poi mantenersi nel raggio di pochi metri dal proprietario per tutto il resto della passeggiata, allontanandosi di tanto in tanto dal proprio conduttore per scrutare un po’ in giro, ma senza mai farlo veramente. Eseguendo la stessa operazione col Border Collie, le cose cambieranno in maniera eclatante: vedrete che, con molta probabilità, il cane farà uno scatto velocissimo in avanti, che potrà arrivare anche a 500 metri e oltre dal conduttore, per poi ritornare qualche passo indietro ma restando sempre a vari metri di distanza dal proprietario.

I cani di cui si parla nell’esempio che stiamo analizzando sono entrambi addestrati egregiamente e con una probabilità di successo del richiamo che rasenta il 100%, tuttavia presentano una significativa nota di discrimine: sono due cani che appartengono a stadi neotenici molto differenti. Tra le varie peculiarità che distinguono questi due stadi, quella più importante per la trattazione che stiamo facendo si concretizza nel modo in cui il cane si muove nello spazio e nelle distanze che prende dal proprio fulcro. Senza entrare troppo nei particolari, potremmo in sintesi affermare che essi hanno una “bolla prossemica” milto differente: per un Alano, “stare vicino al proprietario” sta per “vivergli – letteralmente – addosso”, mentre il “vicino” di un Border Collie sarà difficilmente inferiore a 300 metri. È proprio con questi ultimi cani che è necessario utilizzare la lunghina, e non certo solo per questioni di sicurezza ma anche per questioni di RAPPORTO. 

Certamente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ma se il cane è così obbediente, perché non insegnargli a scorazzare libero ma a 5 metri da noi?” Sarebbe una domanda del tutto legittima, ma a questo punto dovrei prenotare il ristorante e andare a cena insieme al mio presunto interlocutore, perché per risolvere la faccenda avrei bisogno di argomentare la mia posizione almeno per un paio di ore. Cerco, in queste poche righe, di centrare almeno il nocciolo dell’argomento. Insegnare qualcosa di simile a un cane che per la sua comunicazione prossemica viaggia a varie centinai di metri da voi, significa metterlo in una sorta di obbedienza perenne che non fa bene al cane, ma non fa bene nemmeno al rapporto. Significherebbe, infatti, richiedere al cane una perenne obbedienza che alla lunga diventerebbe una noiosa zavorra per la sua mente e per la sua serenità, in quanto staremmo domandando al nostro amico di darci qualcosa che geneticamente non ha.

Se la mia ragazza mi chiedesse di andare a ballare questo sabato sera, probabilmente ci andrei e forse, per accontentarla, ci andrei anche sabato prossimo. Ma se poi continuasse a chiedermelo per tutti i fine settimana, prima o poi questa richiesta minerebbe la mia serenità, perché odio stare in locali chiusi, pieni di gente a improvvisarmi ballerino. Probabilmente, se la mia compagna perpetuasse questa richiesta nel tempo, andrebbe a creare inevitabilmente una crepa nel nostro rapporto, fino a portarlo a deteriorarsi definitivamente, al punto da poter decidere di stare senza di lei. Questo è quello che può succedere al nostro cane.

 

Perchè, quindi, la lunghina? È qui che essa entra in gioco, in quanto a livello mentale dà un’informazione differente al cane. Servendocene, siamo sempre noi a dare dei limiti ai suoi movimenti, ma lo facciamo solo indirettamente per il tramite di uno strumento: è lo strumento che, utilizzato a regola d’arte, limita le sue distanze e non siamo più noi a dover stressare il cane quando è a “piede libero” con le nostre richieste del tipo “rallenta”, “aspetta, fermati”, “vieni”, “piano”. Anche se il cane continua inesorabilmente a rispettare i vostri comandi, non significa che questo non crei stress. Come dicevo prima, è come metterlo in una posizione di obbedienza perenne che limita la possibilità di godersi veramente la passeggiata. Incredibilmente, quindi, per alcuni cani e in alcuni situazioni la lunghina dà più libertà di una passeggiata senza guinzaglio.

Sulla base di quanto fin qui detto, è pleonastico precisare che per questa categoria di cani è meglio l’utilizzo di una lunghina rispetto al guinzaglio classico di un metro e mezzo, in quanto quest’ultimo oltre a limitare il movimento, subordina l’andatura del cane alla lentezza del proprietario e sottopone l’animale a continue strattonate che, generalmente, vengono rifilate proprio a questa tipologia di cani, i quali, per forza di cose, “tirano” in quanto pensano di voler stare solo a 500m di… VICINANZA!!!

IL CANE DA LAVORO LA SUA PERSONALITA’ di Alberto Simonetti

Lo studio svedese

L’idea era quella di misurare nel modo più oggettivo possibile i comportamenti del cane e dei suoi discendenti in diverse situazioni per poter verificare quali caratteristiche si erano trasmesse geneticamente di generazione in generazione.

La personalità del cane influisce sul suo successo nel lavoro? E i cani di famiglia?

INTRODUZIONE

In questo articolo analizzeremo il lavoro di un etologo svedese, Kenth Svartberg, il cui lavoro si è incentrato sulla personalità dei cani e come questa possa influire sensibilmente sulla loro capacità lavorativa.

Come potete ben immaginare, le implicazioni pratiche per allevatori, conduttori e proprietari sono estremamente importanti.

Che qualità caratteriali dovrebbe avere il cane da utilizzare in riproduzione, quale cucciolo si presta meglio ad una carriera nel lavoro o nello sport, quali caratteristiche contribuiscono ad un maggior benessere dell’animale?

La personalità del cane trascende anche l’interesse del singolo proprietario, come i recenti e ricorrenti dibattiti sulle razze pericolose da controllare e/o bandire dimostrano fin troppo bene.

DEFINIZIONE DI PERSONALITA’

La prima cosa che ci serve è una definizione operativa del concetto di personalità.

Per personalità intenderemo le inclinazioni personali che determinano in modo regolare e durevole i comportamenti espressi in situazioni diverse (Eyeseck & Eyesench, 1984).

La personalità di un uomo (o di un’animale che non può esprimere verbalmente i propri stati d’animo) può essere desunta dal suo comportamento.
Quando ad esempio si descrive una persona come “calma, riflessiva” o “socievole” ci si riferisce alla sua propensione a comportarsi in un certo modo in situazioni e momenti diversi.

Analogamente, il comportamento di un cane quando incontra persone sconosciute è di solito relativamente stabile nel tempo ed in contesti diversi. Uno dei tratti suggeriti più di frequente per gli animali è la paura, (definita anche timidezza, nervosismo, ansia) che si concretizza nell’allontanarsi, nella reazione di attacco o fuganell’immobilismo. Un altro tratto molto comune è l’aggressività, descritta in molte specie, dai roditori ai macachi, ai gatti, ai maiali. L’utilizzo di caratteristiche predefinite, come la tendenza alla paura o all’aggressività, è anche un metodo per misurare sia la personalità individuale che le differenze tra soggetti diversi.

IL DMA (Dog Mentality Assessment) TEST CONDOTTO DALLA SWEDISH WORKING DOG ASSOCIATION

Nel suo interesse per la personalità Kenth ha trovato un alleato formidabile nella Swedish Working Dog Association (una struttura facente parte del Swedish Kennel Club) che ha creato e sviluppato a partire dal 1981 un test da utilizzarsi nella selezione dei cani da lavoro.

Nel tempo è diventato una sorta di test generale di comportamento, aperto dal 1997 a tutte le razze, anche non da lavoro.

I cani testati sono letteralmente migliaia, il database è amplissimo ed estremamante affidabile dal punto di vista scientifico.

Si tratta di uno strumento unico e prezioso.

IL METODO

Il conduttore (di solito il proprietario) si presenta con il cane e segue un percorso prestabilito nel corso del quale saranno proposte 10 situazioni diverse. Il comportamento del cane viene valutato da un esperto coadiuvato da alcuni assistenti. Prima di ogni sub-test il test-leader spiega al conduttore cosa fare e come reagire.

In ciascuna situazione il cane riceve un punteggio che va da 1 a 5 secondo un’apposita scala in cui 1 descrive la reazione minima e 5 quella di massima intensità. In tutto vengono registrate 33 variabili.

*Senza tediarvi con la dettagliata descrizione dei singoli sub-test, li ho elencati in un’appendice alla fine con le relative variabili per quelli di voi che vogliono saperne di più.

LO STUDIO DI SVARTBERG E FORKMAN DEL 2002

In uno primo studio pubblicato da Svartberg e Björn Forkman, un ricercatore danese, i dati del DMA test riguardanti 15329 cani di 164 razze diverse vengono analizzati allo scopo di verificare se le 33 variabili prodotte siano tra loro correlate e tali da suggerire l’esistenza di tratti generali della personalità, in modo analogo a quanto presente nell’uomo. L’analisi fattoriale delle 33 variabili evidenziò l’esistenza di 5 fattori generali interpretabili come altrettanti tratti della personalità:

Giocosità (Playfulness);
Curiosità/Assenza di Paura (Curiosity/Fearlessness);
Tendenza all’Inseguimento (Chase Proness);
Socievolezza (Sociability);
Aggressività (Aggressiveness).

Questi tratti inoltre, con l’eccezione dell’Aggressività, erano tra loro correlati e riassumibili in un unico tratto di livello superiore affine alla dimensione della timidezza-audacia (shyness-boldness).

SHYNESS-BOLDNESS NELL’UOMO ED IN ALTRE SPECIE

La dimensione della timidezza-audacia (shyness-boldness), quale tratto generale della personalità, è stata rilevata e studiata in molte specie tra cui l’uomo, i primati, i canidi e così via (David Wilson et al, 1994). Noi umani siamo abituati al fatto che alcune persone sembrano amare i rischi e le situazioni nuove, mentre altre sono più prudenti e portate ad evitarle. A livello di popolazione la distribuzione di questa dimensione si pone all’interno di un continuum tra i due estremi della timidezza da un lato e dell’audacia dall’altro. Il singolo esprimerà dunque una certa stabile propensione al rischio, alla curiosità, all’apertura verso l’esterno che lo collocheranno in una certa posizione all’interno dei due estremi. Tale propensione si manifesta relativamente presto, tanto che viene misurata anche nei bambini analizzando il loro comportamento nei confronti di oggetti e situazioni nuove.

CONSISTENZA NEL TEMPO DEI TRATTI DELLA PERSONALITA’

Una delle caratteristiche fondamentali e necessarie in un tratto della personalità è la sua persistenza nel tempo.

Il passo seguente per Svartberg fu dunque verificare se ripetizioni successive del test avrebbero prodotto valori simili.

Una quarantina di cani di proprietà tra i 12 ed i 24 mesi di età furono sottoposti al test per tre volte di seguito con circa un mese di intervallo tra loro. La posizione relativa dei cani rispetto agli altri fu assai stabile: se un cane cioè era risultato tra i primi in termini di socievolezza per esempio, era ancora tra i primi nei test successivi. Anche i valori assoluti dei singoli tratti della personalità e del tratto di livello superiore Audacia non variarono significativamente da un test all’altro, nonostante il fatto che la ripetuta esposizione alle stesse situazioni elimina la loro novità e potrebbe portare con sé un effetto di abituazione alle stesse. La posizione relativa dei cani è più utile in questo senso. Comunque sia, gli unici tratti che variarono in termini assoluti furono l’aggressività che diminuì e la curiosità/assenza di paura che aumentò.

RELAZIONE PERSONALITA’ – PERFORMANCE

Siamo finalmente arrivati alle domande più interessanti.

Svartberg si chiese se la particolare personalità di una cane fosse collegata alla sua performance, con particolare riferimento ai cani da lavoro utilizzati nell’utilità e difesa.

Vennero studiate due razze: il pastore tedesco ed il pastore belga Tervuren. La ragione di questa scelta va ricercata nel fatto che sono entrambe ben rappresentate in Svezia nelle prove di lavoro e sono anche due razze aventi personalità diverse, soprattutto per quanto riguarda la dimensione dell’audacia.

Pastore Belga Tervuren

Le situazioni che i cani devono padroneggiare in queste gare condotte in Svezia sono la controparte civile di ciò che ci si aspetta dai cani utilizzati dall’esercito e dalla polizia. Sono gare simili all’IPO, ma con alcune differenze. La gara si compone di molteplici prove organizzate su quattro livelli di difficoltà crescente. Abbiamo una prova di obbedienza generale, la consegna di un messaggio ad un’altra persona, la capacità di seguire la traccia olfattiva lasciata sul terreno da un uomo, la ricerca di persone ed oggetti, la protezione del conduttore dagli “attacchi” di un figurante.

Pastore tedesco da lavoro

Nel corso dello studio si vide anzitutto come l’esperienza pregressa del proprietario fosse positivamente e significativamente correlata sia con la confidenza del cane sia con la sua performance. Proprietari esperti e preparati avevano cioè cani mediamente più audaci e con livelli di performance nelle prove di lavoro superiori agli altri. Per potersi concentrare solo sulla personalità dei cani ed escludere per quanto possibile effetti esterni, tutti i cani con proprietari navigati (che avevano già avuto almeno un cane nella categoria media) vennero esclusi. Parimenti, vennero ignorati tutti i cani appartenenti all’esercito, le forze dell’ordine ecc. I cani analizzati furono pertanto solo cani di famiglia con proprietari alla prima esperienza nelle prove di lavoro. In concreto furono inclusi 1994 cani (1641 pastori tedeschi; 353 pastori belga Tervuren).
Il primo dato importante fu che la socievolezza verso gli estranei, la vivacità, la giocosità, la motivazione all’inseguimento ed all’esplorazione e l’assenza di paura sono correlate positivamente con il successo nelle prove sportive. Come abbiamo visto questi tratti possono essere riassunti in un tratto di livello superiore: l’audacia del cane. Anche questo ha rivelato una correlazione positiva con il livello raggiunto dal cane. Un ulteriore aspetto interessante è l’ininfluenza del tratto aggressività in cani che venivano testati in prove comprendenti anche la protezione del conduttore.

 

Scendendo più in dettaglio, i Pastori tedeschi dimostrarono un livello di audacia superiore in media a quello dei pastori belga Tervuren. I maschi di entrambe le razze furono in media superiori alle femmine della stessa razza.
I cani di livello più elevato si dimostrarono più audaci di quelli di livello medio, che loro volta si dimostrarono più confidenti di quelli di livello basso. I cani di livello medio ed elevato presentavano un’audacia superiore alla media della razza di appartenenza. Invece, tra i cani di livello medio od elevato non vi furono differenze significative in termini di audacia, né distinzioni di razza o di sesso. Questo suggerisce l’esistenza di un effetto soglia: per poter raggiungere buoni livelli di performance è necessaria una certa audacia, una certa sicurezza, e certi valori dei tratti ad essa sottostanti. Ciò è più facile in media per i pastori tedeschi rispetto ai pastori belga Tervuren, e per i maschi rispetto alle femmine. Detto in altri termini ancora, una femmina di pastore belga Tervuren deve avere una audacia eccezionale, relativamente alla sua razza, per poter raggiungere i livelli più alti nello sport. Se li raggiunge, la sua audacia sarà con ogni probabilità pari a quella dei maschi ed a quella dei pastori tedeschi. Razze caratterizzate da un livello medio di audacia più basso rispetto ad altre avranno quindi una proporzione minore di cani che raggiungono i livelli più elevati.
Nel caso dei pastori tedeschi fu evidenziata una relazione inversa tra livelli di audacia e precocità nelle prove di lavoro: i cani più sicuri raggiungevano i livelli più elevati ad un’età inferiore. Questo non riguardò invece i pastori belga Tervuren. Non fu inoltre evidenziata alcuna relazione tra il livello di confidenza ed il numero di prove necessario a raggiungere i livelli medio ed elevato.
Inoltre non si vide alcuna correlazione tra il livello di audacia e le particolari e diverse prove di lavoro sostenute dal cane (obedience, tracking, searching, protezione, ecc.), il che suggerisce che questa dimensione della personalità non sia correlata al tipo di lavoro svolto dall’animale ma bensì alla sua addestrabilità in senso generale.
Val la pena soffermarsi nuovamente sull’impatto dell’esperienza del proprietario sia sul livello di audacia del cane, sia sui risultati da esso raggiunti. La si potrebbe spiegare supponendo che un proprietario più esperto dedichi più cura alla scelta del cucciolo. Potrebbe acquisirlo da allevatori che in genere producono cani da lavoro di qualità superiore, oppure potrebbe essere più abile nella scelta del singolo più vivace, socievole, giocoso, interattivo e confidente all’interno della cucciolata. Potrebbe anche venire aiutato in questo dall’allevatore che, sapendo che il cane verrà utilizzato per competizioni sportive, potrebbe a sua volta adoperarsi per la scelta del cucciolo migliore, evitando quelli più timidi, meno interessati al gioco ed insicuri. Un’altra spiegazione, affatto diversa, potrebbe invece riguardare l’abilità del proprietario navigato a crescere, motivare, ed addestrare il cucciolo. In verità, le spiegazioni qui presentate non si escludono a vicenda.
Una cosa sembra chiara: la scelta di un cane da lavoro dovrebbe cadere su soggetti attivi, socievoli, confidenti, portati al gioco e con buon predatorio. Se l’analisi di Svartberg ha riguardato cani utilizzati per l’utilità e difesa, la dimensione dell’audacia, della confidenza, quale caratteristica caratteriale naturale e sviluppata con l’esperienza, sembra potersi applicare ad ambiti ben più ampi.
Per quanto riguarda la selezione dei soggetti da riproduzione, la scelta è meno chiara, poiché l’ereditarietà del tratto timidezza-audacia è molto più incerta. In uno dei prossimi articoli mi riprometto di esporre il lavoro sull’ereditarietà dei tratti comportamentali svolto da Erik Wilsson e Per-Erik Sundgren. A costo di sembrare un disco rotto, vi premetto che si tratta di pastori tedeschi da lavoro utilizzati principalmente dall’esercito e dalle forze dell’ordine 😉

 I CANI DI FAMIGLIA?

Quanto fin ora esposto rispetto ai cani da lavoro è sicuramente importante ma la maggior parte dei cani nel mondo occidentale oggi non sono più cani da lavoro, sono cani che vivono in famiglia. Svartberg provò quindi ad applicare i metodi già esposti ai cani tipici dei giorni nostri.
Le differenze comportamentali tra le varie razze vengono spesso spiegate ricorrendo alle differenze storiche nella loro selezione funzionale. I terrier, per esempio, originariamente selezionati per combattere e cacciare i topi, sono generalmente meno timorosi e più aggressivi di altre razze selezionate per scopi diversi, come ad esempio i cani da pastore (Mahut 1958; Roll & Unshelm 1997). Le differenze quindi potrebbero essere il portato di quanto fatto in passato durante la creazione delle varie razze, un fenomeno che spesso viene definito “memoria di razza”./
D’altro canto i cani oggi vivono in un mondo diverso, sono animali d’affezione, ed i criteri di selezione sono per lo più morfologici. Con altri canidi si è dimostrato come cambiamenti importanti possano essere ottenuti in un tempo molto breve se la selezione è intensa e coerente (Belyaev 1979). Le differenze comportamentali che vediamo oggi nelle varie razze potrebbero quindi dipendere dalla selezione recente e non dalla selezione funzionale originaria.
In questo studio di Svartberg pubblicato nel 2006 i dati del DMA test riguardanti 13097 cani di 31 razze diverse e molto comuni in Svezia sono stati analizzati con particolare riferimento a quattro tratti della personalità: giocosità; curiosità/assenza di paura; socievolezza; aggressività. Come avrete notato ci sono delle importanti differenze nei tratti della personalità usati qui rispetto a quelli precedentemente applicati ai cani da lavoro. Il tratto interesse all’inseguimento non viene più nemmeno usato, in quanto poco rilevante per i normali cani da famiglia. L’aggressività, che si era rivelata poco importante per la performance dei cani da lavoro, torna ad essere significativa nello studio del comportamento dei cani di famiglia. Anche il super-tratto timidezza-audacia risulta quasi irrilevante per cani ormai privi di funzioni lavorative specifiche e non viene utilizzato. Come negli studi passati, i cani con proprietari esperti nelle prove di lavoro o provenienti dalle forze armate, la polizia, ecc. furono esclusi per eliminare l’effetto dell’esperienza del proprietario sulla personalità e sulla performance del cane e limitare l’analisi per quanto possibile ai soli cani di famiglia.
Questa differenza di metodo e di analisi è nello stesso tempo una premessa metodologica ed un risultato a sé stante. I cani da lavoro, ed in particolare i cani da lavoro precedentement studiati da Svartberg, selezionati per prove di utilità e difesa, presentano caratteristiche diverse dai normali cani da famiglia. Questo è dimostrato dal fatto che la loro personalità viene analizzata, descritta e valutata utilizzando tratti della personalità diversi da quelli che vengono applicati alla popolazione dei cani di famiglia. L’esempio più interessante e apparentemente sorprendente in questo senso potrebbe essere l’aggressività. Abbiamo visto come l’aggressività non fosse importante nella determinazione della performance di un cane da lavoro. Torna ad essere rilevante nella valutazione di un cane da famiglia. In fondo è un risultato che non stupirà quelli più esperti nel mondo del lavoro. Questi infatti sanno benissimo come un cane equilibrato esprima anche nella “lotta” con il figurante tratti della personalità, qualità naturali se preferite, ben diverse da quelle della semplice aggressività. Lo stesso regolamento IPO, nel descrivere il giudizio TSB della fase C, una sorta di valutazione sintetica delle qualità espresse dal cane nel solo lavoro di protezione, parla di attitudine al lavoro, determinazione, sicurezza di sé, vigilanza e resistenza alla pressione. Un cane aggressivo non è un buon cane da lavoro.

Tornado all’analisi dei cani da famiglia, lo studio ha evidenziato una differenza significativa in termini di personalità tra le varie razze ed anche una altrettanto notevole variabilità individuale all’interno delle razze stesse.
Per verificare se i tratti della personalità fossero correlati con la selezione operata storicamente nella creazione delle varie razze, i cani sono stati raggruppati in 4 gruppi funzionali: Cani da pastore, Cani da lavoro, Terrier, Cani da riporto.

L’analisi dei dati non ha evidenziato tuttavia differenze significative tra i vari gruppi, il che suggerisce che la selezione funzionale originaria abbia un peso assai limitato sul comportamento attuale delle varie razze. Nella determinazione del comportamento dei cani da compagnia odierni è la selezione recente che sembra avere avuto un peso determinante. In altri termini, le memorie di razza, di cui tutti parliamo così spesso, non sembrano pesare molto nel caso dei cani di famiglia.
Un’analisi dei concreti meriti di lavoro dei cani studiati, ancorchè con proprietari inesperti e dopo aver eliminato per quanto possibile tutti i cani da lavoro professionali (forze dell’ordine, esercito, ecc.), ha rivelato che pochissimi cani di famiglia hanno partecipato a prove di lavoro compatibili con la loro funzione originaria. L’utilizzo più comune dei cani oggi sembra essere semmai la partecipazione alle gare di bellezza, le esposizioni. La selezione per le esposizioni è correlata ad una diminuzione della curiosità, dell’interesse al gioco e dell’aggressività, mentre vi è un parallelo incremento della paura sociale e non-sociale. In una gara di bellezza, il cane viene fatto camminare o correre in cerchio con altri cani. Un giudice inoltre conduce un esame fisico mentre il cane rimane passivo in piedi. Questo utilizzo può favorire cani che dimostrino poca aggressività e curiosità sociale, ed un’alta docilità e passività.

L’utilizzo nelle prove di lavoro dei cani qui analizzati, per quanto estremamente limitato, è invece correlato ad un aumento dell’interesse al gioco e dell’aggressività.

L’interesse al gioco è facilmente comprensibile alla luce degli studi di cui abbiamo parlato sopra e considerando che è il premio abitualmente utilizzato in addestramento.

L’incremento dell’aggressivià qui rilevato risulta invece poco chiaro sulla base degli studi precedenti condotti esclusivamente su cani da lavoro che come abbiamo visto avevano suggerito l’assenza di qualunque relazione tra aggressività e successo nelle prove.
La popolarità di una data razza, misurata dal numero di cani registrati ogni anno, è risultata positivamente correlata con la socievolezza e la giocosità, il che evidenzia un potenziale conflitto tra l’uso dei cani per le esposizioni, che porta ad una diminuzione delle stesse, e la loro funzione come cani da famiglia.

In conclusione

Ciò che sembra chiaro è che la selezione funzionale originaria non ha un gran peso nel determinare la personalità odierna delle razze. La selezione dominante oggi sembra esser rappresentata dall’uso nelle esposizioni e questo sembra aver portato ad un cambiamento della personalità dei cani da compagnia.

LEISHMANIOSI, SCOPERTA NUOVA CURA PER GLI ANIMALI – da Il Resto del Carlino

 

Bologna, 26 settembre 2019 – Scoperto un farmaco efficace contro la Leishmaniosi, malattia molto diffusa tra i cani, che colpisce anche l’uomo. A mettere a punto la formula è stato un team internazionale di ricercatori da nove Paesi, coordinato da Maria Paola Costi del Dipartimento di Scienze della Vita di UniMoRe.

L’importante risultato scientifico era l’obiettivo del progetto “New Medicines for Trypanosomatidic infections”, finanziato dalla Commissione Europea con quasi 6 milioni di euro. L’equipe di Unimore ha individuato un farmaco (drug lead) NMT-A02 che si è dimostrato efficace contro la Leishmaniosi in tre animali (topo, criceto e cane). Nei giorni scorsi è stata terminata la fase preclinica per ciò che riguarda l’evidenza dell’efficacia.

“NMT-A02, testato in tutte le specie – spiega Maria Paola Costi di Unimore – ha dimostrato tossicità inferiore al farmaco attualmente usato, il Milteforan. In particolare, il trial sui cani ha dimostrato il superamento dei segni clinici dell’infezione. I cani sono in buone condizioni e con test diganostico negativo, perciò sono stati dati in adozione dopo l’approvazione degli enti preposti”.

Nel 2018 e nel 2019, alcuni cani sono stati sottoposti regolarmente ad esami ematologici e immunologici. Ora, due anni dopo il trattamento iniziale, i cani del trial sono in buone condizioni fisiche e non hanno più manifestato la malattia a differenza dei cani trattati con il Milteforan.

In Europa vi sono 2.5 milioni (su 84 milioni) di cani infetti da Leishmaniosi.Il cane si infetta attraverso la puntura di un insetto (flebotomo o pappatacio) che è vettore del parassita. L’infezione è cronica poiché non esistono farmaci che riescano a risolvere completamente l’infezione.

L’uomo, infettato dallo stesso insetto, invece può essere curato anche se I farmaci sono pochi e hanno effetti collaterali importanti e sviluppano resistenza. L’infezione, diffusa soprattutto nei paesi sub-tropicali, ora si sta diffondendo anche in Europa.

“Il cane – continua Costi – rappresenta una riserva della malattia e per debellare l’infezione umana occorre risolvere quella canina. Oggi, grazie alle nostre ricerche, siamo in grado di proporre un farmaco per la cura della Leishmaniosi canina in tempi relativamente brevi. Alternativamente, per uso umano, in tempi più lunghi. Considerando la difficoltà di ottenere farmaci per lo studio clinico di fase 1 nel corso di progetti, possiamo considerare questo risultato molto rilevante. Al momento lo sviluppo del farmaco richiede l’intervento di investitori e la collaborazione di SME o industrie farmaceutiche per lo studio regolatorio necessario per la registrazione”.

La scoperta di questo nuovo farmaco apre interessanti prospettive. “A breve termine – conclude la docente – con la possibilità di raggiungere il mercato, il farmaco potrà essere impiegato ad uso veterinario contro la Leishmaniosi canina. Più a lungo termine, si potrà pervenire allo sviluppo di un farmaco per la Leishmaniosi umana e questo studio richiederà tra I 5 e 7 anni”.

I LUPI CAMBIANO I FIUMI – di Salvatore Finaldi

15/10/2019 tratto dal Corriere di Siena (inserto del Corriere della Sera)

Ho sempre immaginato il nostro ecosistema come una grande torre costruita da tanti piccoli mattoncini Lego: come ne tiri via uno qualsiasi, tutto cade giù inesorabilmente. Ciò potrebbe sembrare un’esagerazione, ma basta fare un semplice esempio per comprendere che un intero ecosistema comincerà a funzionare diversamente anche se si cambia soltanto un piccolo elemento della “torre”.

Agli inizi del ’900, su insistente richiesta di alcuni consiglieri che lamentavano una diminuzioni importante del numero di ungulati presenti nel Parco di Yellowstone, il governo degli Stati Uniti d’America decise di dare avvio allo stermino massiccio dei lupi, nemici fisiologici di quelle specie “in pericolo”. Tuttavia, dopo meno di un secolo, la scelta si dimostrò fatale per l’ecosistema. Infatti, l’aumento esponenziale del numero delle alci fu tale da originare una situazione drammatica: la vegetazione venne letteralmente disintegrata causando una significativa riduzione della biodiversità e mutando totalmente il volto del Parco: perfino i fiumi subirono una profonda modificazione….Sì, proprio i fiumi!

Visti i risultati nefasti della scelta governativa, nel 1995, grazie alle insistenze di alcuni coraggiosi promotori, il nuovo Governo deliberò di reintrodurre nel parco alcune coppie di lupi. In breve tempo oltre ad  una sensibile diminuzione degli ungulanti in sovrannumero, si assistette a un importante cambiamento del comportamento degli stessi, i quali, per non essere predati, iniziarono ad abbandonare le valli e le gole consentendo alla vegetazione di rigenerarsi più velocemente. Ciò comportò un aumento della popolazione degli uccelli  – che potevano contare su alberi più alti e rigogliosi – e il ritorno dei castori, che con le loro dighe crearono le condizioni favorevoli affinché altre specie potessero installarsi lungo i corsi dei fiumi: pesci, anfibi e lontre. Inoltre, dal momento che i lupi predavano i coyote, crebbe il numero dei roditori con l’inevitabile conseguenza di un incremento di falchi e di altri grandi uccelli predatori. E fu così che, grazie all’azione simbiotica di flora e fauna, gli argini dei fiumi divennero più solidi e meno inclini a franare, incorniciando un corso d’acqua che scorreva florido e sinuoso piuttosto che a meandri. I fiumi hanno beneficiato dell’azione dei lupi… stavamo per distruggere un intero ecosistema.

E come non pensare, giusto per citare brevemente un altro antecedente storico, alla celebre “Campagna di eliminazione dei quattro flagelli”, proclamata da Mao Tse Tung sul finire degli anni ’50 e acclamata a gran furore dalla popolazione cinese, che, oltre a mosche, ratti e zanzare, si scagliava soprattutto contro i passeri (sì, proprio i passeri), rei di far incetta di semi di grano?  Ebbene, il risultato di questo ingegnoso piano – “grande balzo in avanti” fu chiamato – fu un colossale disastro ambientale e sociale: a breve proliferarono insetti (la maggior parte dei quali estremamente pericolosi per le coltivazioni) e dilagarono carestie ed epidemie. Al resto ci pensò la fame, quella stessa che aveva spinto le popolazioni ad armarsi in una guerra dissennata al temibile passero, la cui specie contò in due anni approssimativamente 8-10 milioni di perdite.

La Natura ha fra le sue più grandi doti quella di equilibrarsi da sola, e se essa impazzisce ogni qual volta l’uomo interviene a modificarne qualche parametro, è perché il nuovo “equilibrio” che le viene imposto non le appartiene, essendo esso frutto dell’arbitrio dell’uomo e non il brillante risultato di millenni di evoluzione.

Detto ciò, dovremmo porci delle domande generali sulla legittimità e sull’efficienza di alcune azioni che arbitrariamente decidiamo di esercitare sulla Natura, ma più di ogni altra cosa, forse, dovremmo capire che i lupi presenti sulla nostra penisola non sono affatto il male assoluto. Anche loro, come tutti gli animali che popolano i nostri parchi e le nostre montagne, avranno, attraverso il loro microsistema, una funzione fondamentale per il benessere complessivo del Paese. Ovviamente con questo non voglio dire che i pastori devono subire gli eventuali attacchi dei lupi a cuor leggero, tuttavia mi sento di affermare che potrebbero esserci soluzioni differenti e migliori dell’abbattimento di questi animali selvatici.

Essendo un allevatore di cani da pastore dell’Asia Centrale, non potrei che essere un deciso sostenitore dell’utilizzo dei cani quali custodi delle greggi e del bestiame. Infatti penso che questi fantastici guardiani abbiano delle doti genetiche che permettono all’uomo di sfruttarli per le loro funzioni tipiche senza nessuno tipo di addestramento specifico. Come si legge nella vecchia letteratura cinofila, questi cani hanno solo bisogno di un buon imprinting che, nel loro caso, si traduce nella c.d. Morra: un percorso consistente nella socializzazione fin da cuccioli con il pastore e le bestie da gregge. Questi cani, se ben dotati, intimidiscono a distanza i lupi scoraggiandoli ad aggredire le bestie. In Natura, infatti, gli animali selvatici difficilmente tentano di imbarcarsi in questioni complesse e pericolose, preferendo anzi prede più semplici da uccidere in quanto meno dispendiose in termini energetici. Un lupo deciderà senz’altro di desistere dall’aggredire una pecora se intuisce che per ottenere la preda deve lottare contro grossi cani da pastore, siano essi asiatici che di qualunque altra razza. Oltre tutto, poi, per il Pastore transumante o stazionario avere la compagnia di un cane da Pastore dell’Asia Centrale è una dell’esperienze più belle che si possano vivere, ma questa è un’altra storia che merita di essere trattata in maniera più approfondita.

Con quanto detto finora non voglio insegnare nulla di nuovo: riporto semplicemente ciò che la Natura ha fatto. Sterminare una determinata specie non è una soluzione né efficace né definitiva, dal momento che  potrà essere solo fonte di nuove e più dure sciagure.

Salvatore Finaldi

PASTORE DEL CAUCASO VS PASTORE DI CIARPLANINA – di Ghidini Antonella

 

Una delle domande che mi vengono rivolte piuttosto spesso è: quali sono le differenze tra Pastore del Caucaso e Ciarplanina?

In realtà, con un minimo di esperienza cinofila, si dovrebbero confondere solo soggetti mediocri, poco tipici e al limite dello Standard.
Si potrebbe stare a disquisire su finezze cinotecniche quali: l’importanza di un garrese sviluppato nel Caucaso piuttosto che la groppa leggermente più alta del Ciarplanina oppure sulla forma del piede, ma il soggetto “tipico” ti deve gridare in faccia la sua razza già a colpo d’occhio!
Le differenze sostanziali sono essenzialmente le seguenti:
-La taglia: più alto e pesante il Caucaso. (Ovvio che se confrontiamo certi soggetti che ultimamente si vedono nei ring…ma con cinometro e pesa le cose andrebbero in modo diverso!)
-Il mantello: quello del Caucaso è più folto, forma frange e criniera nei maschi, nella variante a pelo lungo, quello del Ciarplanina ha una lunghezza direi più uniforme inoltre ricade per traverso. Un bel Caucaso ha il pelo quasi “in piedi”, almeno in alcuni punti e forma una massa impenetrabile e compatta. Potrei dire che più della lunghezza spesso identica, la differenza è fatta dalla tessitura della pelliccia e dalla consistenza. D’altra parte, per quanto possa fare freddo sulle montagne della ex Yugoslavia, non si raggiunge certo il clima di certe zone delle montagne del Caucaso e della Siberia.
-La testa: nel Ciarplanina un po’ convessa, arrotondata. Nel Caucaso la scatola cranica è più larga e piatta. Qui non dobbiamo lasciarci ingannare dalle arcate sopraccigliari e dal pelo che può dare una falsa rotondità nel Caucaso che in realtà non esiste.
Mi soffermerei un attimo anche sulla dentatura, benché non sia una cosa evidente al primo sguardo, ha una notevole importanza. Il Ciarplanina chiude solo a forbice e deve avere una dentatura completa. Nel Caucaso è ammessa la tenaglia oltre che l’assenza dei PM 1 e pure degli M 3.
Questo fatto depone a favore del fatto che il Ciarplanina è più vicino per morfologia al Pastore/lupoide (tanto è vero che una volta faceva parte del gruppo1) mentre il Caucaso è al confine già con il lupoide pesante/molossoide (e qui molti avranno pronte le pietre per il mio linciaggio…)
Certamente, se prendiamo un Caucaso mediocre, leggero, senza impronta di razza oppure un Ciarplanina che ha perso le linee distintive del tipo, si è molossizzato, appesantito…la differenza diventa minima.
Ma la stessa cosa si può verificare tra Caucaso fulvo e Leonberger, tra Asia Centrale e Anatolia!
Alla fine tutti hanno quattro zampe e una coda! Se perdiamo il Tipo, le razze si confondono.
Tornando a noi, proprio nel confrontare queste due razze si evidenziano i difetti che spesso segnalo in certi Pastori del Caucaso che NON rappresentano più la razza che amo.
La confusione si genera perché si sono spostate le recenti selezioni all’ipotipo in un caso e all’ipertipo nell’altro ed ecco fatto il disastro.
Per quanto riguarda il carattere si trova una maggior durezza nel Caucaso, una più spiccata aggressività e una minor docilità, infatti la parola “indipendente” è presente nel carattere del Caucaso (Vd. Standard) mentre invece troviamo sottolineato nello Standard di Razza, che il Ciarplanina è “protettivo ma non ringhioso”.
Queste le spiegazioni più semplici e pratiche per distinguere queste due Razze altrettanto splendide ma diverse.

 

Dottoressa Antonella Ghidini

IL BINOMIO PRIMA DI TUTTO – di Salvatore Finaldi

Spiegare il concetto di "educazione " non è semplicissimo, in quanto bisogna prima scardinare il luogo comune secondo il quale educare il cane significa insegnargli a rispettare le regole sociali.

Quanto appena detto non è assolutamente sbagliato ma, onde evitare di peccare di miopia, è necessario aggiungere altro.

Educazione  significa innanzitutto creare rapporto, dare la possibilità a due singole soggettività di unirsi in un binomio unico, per fare questo è necessario che l'addestratore faccia un accurata analisi del carattere per evidenziare le peculiarità che tipizzino il singolo individuo, e quindi adottare un protocollo addestrativo volto a insegnare al cane a rispettare le regole civili ma allo stesso tempo dare al proprietario il "manuale d'istruzioni" per comprendere il proprio amico, valorizzarne le doti e rispettare quando possibile le sue esigenze.

Solo in questo modo, il compagno a quattro zampe non tirerà al guinzaglio, non ringhierà alla ciotola e non distruggerà casa appena chiudete la porta per andare a lavoro.

Quando la convivenza con il nostro cane sarà sorretta da una relazione solida, allora sarà facile chiedergli di aspettare, restando tranquillamente accucciato sotto il tavolino, che terminiamo la nostra colazione al bar,  non proverà a mordere ogni cosa in movimento come auto, bici e bambini ma più in generale  rispetterà le vostre richieste.